Quando si è in visita a Napoli, ci si immerge in questo mondo di voci, suoni e colori unico al mondo: si passa il tempo tra le botteghe artigianali di Spaccanapoli, si passeggia sul lungomare ammirando il Vesuvio oppure si ammira la bellezza di Piazza Plebiscito, con il Palazzo Reale e il Teatro San Carlo a due passi.

Basta però alzare gli occhi e lo sguardo incrocia il Vomero, la romantica collina su cui sorge l’omonimo quartiere e che regala una delle più struggenti visite su tutta Napoli. Proprio qui, in cima alla collina del Vomero, sorge la Certosa di San Martino, considerato non solo il fulcro dell’arte pittorica napoletana del ‘600 ma anche uno dei più incantevoli complessi religiosi barocchi d’Italia.

La Certosa di San Martino

È stato Carlo d’Angiò nel 1325 a volere la costruzione sul Vomero di un convento e il progetto fu affidato a Attanasio Primario e Tino di Camaino, in ossequio ai canoni estetici propri dei certosini. Della struttura originaria restano solo i bellissimi sotterranei gotici, oggi spazio espositivo con monumenti lapidei e sculture.

A dare l’attuale aspetto barocco alla Certosa di San Martino fu nel 1581 Giovanni Antonio Dosio, grazie al quale la struttura fu ampliata per accogliere i nuovi monaci: furono aggiunte nuove celle attorno al Chiostro Grande e costruita una grande cisterna. Le decorazioni, sia geometriche che bucoliche, sono state realizzate a partire dal 1623 da Cosimo Fonzago, con un tocco di rococò nel ‘700, corrente artistica che in quel tempo travolse gli artisti napoletani e non solo.

Con la rivoluzione napoletana del 1799 inizia il lento declino della Certosa: i monaci, prima cacciati e poi riammessi dai francesi, continuarono ancora a vivere nel grandioso convento fino al 1866, anno in cui la struttura fu trasformata in sede distaccata del Museo Nazionale di Napoli, senza mai perdere quell’aurea mistica che ha contraddistinto la Certosa per più di sette secoli.

Dal Cortile Monumentale, sito all’ombra della roccia su cui sorge Castel Sant’Elmo, si entra nella chiesa, vero tripudio di opere d’arte del ‘600-‘700 napoletano. All’interno si resta incantati dalla bellezza del presbiterio con l’altare maggiore in legno dorato, posto dietro una lunga balaustra realizzata con pietre preziose e marmo. Sono poi bellissime la Cappella di San Bruno e quella di San Martino, che sfoggia sculture in marmo realizzate dallo stesso Sanmartino del Cristo Velato.

Un ultimo sguardo alla volta trecentesca dipinta nel ‘600 dal Lanfranco prima di entrare nella Sagrestia, dove sono conservate opere del Caracciolo, del Reni, dello Stanzione e del Ribera, la cui Pietà impreziosisce peraltro la Cappella del Tesoro.

Dai chiostri al Museo della Certosa

Il Chiostro Grande è uno dei simboli della Certosa: originario del ‘300, è circondato dalle cellette dei monaci e al centro, occupato da un prato verde, trova spazio anche il Cimitero dei Certosini, cinto da una balaustra impreziosita da sculture a forma di ossa e teschi.

Molto più sobrio è il Chiostro Piccolo, impreziosito da bellissimi pavimenti in maiolica e cotto, mentre intorno si aprono arcate in marmo e piperno con stemmi, epigrafi e sculture alle pareti. Proprio dal Chiostro Piccolo si ha accesso al Museo della Certosa che, già al primo piano, accoglie il visitatore con la Sala delle Carrozze con esposta l’antichissima Carrozza degli Eletti.

Tra i gioielli del Museo c’è senza dubbio il Presepe Cuciniello, realizzato nel 1879 e raffigurante ben tre scene legate alla Natività, ovvero la Vergine e S. Giuseppe che chiedono riparo all’oste, la nascita del Cristo nella grotta (che nel presepe è invece un tempio pagano) e l’annuncio dei re Magi e dei pastorelli.

 

Molto interessanti sono poi la Sezione Navale, con esposte un caicco turco, una lancia a 24 remi e la Lancia di Umberto, ma anche la Sezione Teatrale, con tanto di antiche scenografie del San Carlo di Napoli e la maschera di Pulcinella.

Dopo un’occhiata alle opere della Collezione dell’800 e all’antica Spezieria dove i monaci prestavano cure a tutti, non si può lasciare la Certosa di San Martino senza visitare i suoi giardini pensili: in passato vi erano in basso le vigne coltivate dai monaci, sopra l’Orto del priore e in alto l’Erbario.

Nel Chiostro delle Donne sono oggi piantate quelle essenze proprie del passato mentre il Giardino dei Semplici è ancora oggi dedicato a quelle piante dalle finalità terapeutiche e medicamentose. In qualunque parte dei giardini ci si trovi, si gode sempre di un panorama di ineguagliabile bellezza su tutta Napoli, sul suo Golfo e sul Vesuvio.